Roberto Maggiani

 

Paolo Maggiani è fotografo carrarese, stimato e apprezzato per la sua fotografia attenta all'analisi dei particolari che sfuggono all’occhio; attraverso personali inquadrature e prospettive, mette in risalto le forme, i colori e i loro contrasti e/o armonie. Egli è attento alle vicende umane che da sempre accompagnano gli uomini apuani in stretta simbiosi con il paesaggio dintorno e le peculiari cave di marmo. Con la sua paziente presenza riesce a cogliere le sfumature degli scenari naturali e urbani e il loro rapido modificarsi causato dall’evolversi della luce nel ciclo diurno e stagionale. Egli riesce a impressionare sulla pellicola complicati bilanci di colore nel tramonto o nell’alba, nel passaggio dal regno del sole a quello della luna o viceversa. V’è nelle sue fotografie un qualcosa di primordiale e di essenziale che rivela l’essere più profondo delle cose, conferendogli una vera e propria vita specifica e un valore inestimabile; dalle sue visioni prospettiche viene messa in risalto la relazione che le lega, facendo apparire in un tutt’uno armonioso il mondo che siamo soliti vedere come disarticolato, integrando tra loro lavoro umano e natura.

 

CITAZIONI

Marella Mancini
Redazione de “L’espresso” – Ricerca fotografica

 

Osservando le fotografie di Paolo Maggiani ho una duplice, forte sensazione, sono antiche e moderne.

Antiche nel senso che riproducono situazioni di sempre, spettacoli che la natura ci offre instancabilmente e da sempre sono fonte di ispirazione per le più diverse forme d'arte.

Eppure sono anche moderne, per la luce particolare che le attraversa, calda e rassicurante, una luce che sembra volerci accompagnare più in la di dove si posano i nostri occhi. Solo in apparenza sono prive di elemento umano, perché lì dentro ci siamo noi, sospesi tra gli alberi, leggeri nel cielo o accarezzati da quel mare.

Ecco, la modernità ci ha dato strumenti utili per ottenere tutto questo, ma solo una sensibilità antica poteva restituirci un risultato così completo.

Questo è il bello delle fotografie di Paolo, perché così siamo noi, un intreccio dei due elementi che ci accompagna per tutta la vita.

Antico e Moderno e l'uno senza l'altro non ci darebbe la giusta luce.

2010 - present

Marco Furia sulla fotografia di Paolo Maggiani

 

ad illustrazione di “Quanti di poesia”, antologia a cura di Roberto Maggiani, Edizioni L’Arca Felice, Salerno, 2011

 

“Un’astratta realtà”

Di norma, le recensioni di libri di poesia riguardano soprattutto i testi, sicché alle immagini che spesso li accompagnano viene riservata, al massimo, una citazione finale. Questo breve scritto va in direzione opposta, evitando, per precisa scelta, qualunque cenno ai versi. L’antologia Quanti di poesia contiene numerosi “Scatti fotografici” di Paolo Maggiani. Nella raffinata sequenza di tavole, raffiguranti, per lo più, porzioni di pareti rocciose, si assiste al passaggio da un enigmatico naturalismo a una sorta di estremo realismo (primissimi piani, ad esempio alle pagine 10 e 38) sconfinante nell’astratto. Non siamo di fronte a un comune gioco dell’ingrandimento, fonte d’immediata sorpresa e, alla lunga, di noia, siamo, piuttosto, invitati a esplorare aspetti inediti. Dico “invitati a esplorare”, perché siffatte immagini non promuovono certo l’inerzia. Esse attirano, come magneti irraggiungibili, non per offrire piacevolezze o sorprese, bensì per indurre a percorrere un infinito itinerario. La figura resta ferma, ma lo sguardo non riesce ad acquietarsi. Una sorta d’urgenza investigativa quasi costringe l’occhio a perlustrare quelle faglie, quei segmenti anche minimi, quegli avvincenti mutamenti di luce e di colore. Un’energia primordiale e assieme avveniristica emana da articolazioni di segni che paiono ripercorrere di un fiato tutta la storia e, soffermandosi appena sul presente, volgersi al futuro per via d’intensi, emozionanti richiami. Talune forme incombono, intimoriscono, ma avvertiamo che anche in virtù del loro persistere l’esistenza è possibile. Forse in quelle immagini riconosciamo non univoci lineamenti della nostra natura? Forse in quei tratti minerali scopriamo tendenze ostili e protettive, drammatiche e incantevoli? Senza dubbio. E poi, come non ammirare la capacità dell’autore di offrire in maniera diretta, senza indugi o riserve, affascinanti “Scatti” ricchi di possibili sviluppi? Qualcosa di efficacemente espressivo è presente in queste pietrose fattezze che appaiono estranee quanto complici, ignote quanto conosciute. Le rocce, ovviamente, nulla dicono: è l’artista a farle parlare (cioè ad aprire la via non di una vera e propria grammatica, ma di un peculiare criterio di senso) e, con partecipe sapienza, a consentire loro di emergere non soltanto quali oggetti osservabili, ma quali vere e proprie fisionomie, fino a sconfinare in un’astrattezza davvero vivida. E poetica, senz’altro, secondo le cadenze di un elegante bianco e nero che non abbandona mai l’osservatore coinvolgendolo in un’appassionante ricerca.

2010 - present

Ennio Biggi
Delegato provinciale Fiaf - Presidente Circolo Fotografico Apuano

 

“il connubio poeta-fotografo”

Questo libro fotografico, a mio parere, non fa parte dei classici che hanno rappresentato, seppur in maniera suggestiva, le nostre cave ed il lavoro, è una descrizione “lirica” fotografica “punteggiata” da poesie.

I fratelli Paolo, il Fotografo, e Roberto, il Poeta, hanno unito le loro arti per renderci partecipi nel “gustare” il nostro paesaggio unico al mondo, ispirati dalla voglia di “scavare”, con i loro sentimenti, nel mix di paesaggi e testimonianze del duro lavoro, attraverso i vecchi e nuovi mezzi di estrazione e di trasporto del nostro prezioso marmo che raggiungerà i luoghi più lontani del mondo.

Il percorso proposto è molto suggestivo, pieno di emozioni  e nonostante la rara presenza umana la si avverte comunque in tutte le immagini: dalle ferite inflitte alla montagna, ai paesi ed ai piazzali di cava ed il titolo “Vita di Marmo” lo conferma.

E’ d’uso dire che un’immagine vale più di mille parole ma, in questo caso, il connubio poeta-fotografo si intreccia,  armonizzandosi in una giusta soluzione espressiva che conduce il lettore nell’emozione contenuta in ogni immagine.

Un elogio quindi  a Paolo per le fotografie che, in molti casi,  propongono “insolite” inquadrature che, certamente, hanno stimolato la sensibilità del Poeta Roberto per descrivere le vibranti sensazioni; due autori comunque ispirati dal contatto quotidiano con il paesaggio, i lavoratori delle cave e del mare.

In qualità di Delegato Provinciale Fiaf ringrazio Paolo per il contributo che dà alla fotografia nella nostra città ed alla valorizzazione del territorio.

Carlo Ciappi
 

Testo tratto dal libro “Vita di Marmo”, 2013

 

“… E se mio frate antevedesse”

Dante, Paradiso c. VIII

 

Leggere la silloge poetica contenuta in “Vita di marmo”, ammirare le fotografie che segnano il percorso di una scalata dove il candore impera e la caverna accoglie col suo manto grigio, coinvolge non poco il lettore nato ad altre latitudini, proprio come lo scrivente. Due fratelli: Roberto e Paolo Maggiani, Paolo osservatore e catturatore di immagini di una vita apparentemente silente se osservata dal piede del bianco monte, Roberto non traguardatore di immagini con l’occhio vitreo di un obiettivo fotografico, ma fotografando con l’occhio invisibile dell’anima poetica il cui vedere è il sentire la vita, quella di marmo, appunto, che passa, travolge, sforna pane, consuma la montagna e trasforma ogni giorno il suo aspetto. La simbiosi artistica ed espressiva di questi due fratelli in due distinte qualità, la poesia e la fotografia, è semplicemente impressionante e, da come dimostra quanto prodotto in questa pubblicazione, veramente simili e con un concetto altrettanto simile davanti al bello, al dramma, alla realtà dei nostri tempi dimostrando che l’amore, la severità di osservazione per quel magico candore sono sentimenti sinceri. Prendendo spunto da Dante viene da chiedersi chi, dei due, veda o senta prima il fatto, la scena, il sentire scatenante una lirica o lo scatto fotografico, non è certo una gara, ma la constatazione che quando dal basso guarda su, colui che qui è nato, la mente innesca le memorie, le storie e le riaccende nel caleidoscopio dei racconti dei “Vecchi”, scrigni proprio di memorie, le lega al proprio vissuto, guarda in basso verso il figlio e le trasmette guardando insieme ancora una volta la vetta, prima di un silenzio, uno di quelli che si osservano davanti a qualcosa di maestosamente grande.

La dedica del libro è la conferma del bisogno a continuare la tradizione ad amare la vita del marmo, è rivolta al piccolo Pietro che ama le ruspe e ne ha timore allo stesso tempo, ma chi l’ha composta si è anche guardato dentro accorgendosi di avere, in fondo, lo stesso timore perché la “Ruspa” ha grandi ruote, braccia possenti e forti, sulle fiancate ha scritte di produttori lontani dai nomi poco in sintonia con i luoghi dove profondono le loro energie devastanti. Un poeta moderno, com'è Roberto Maggiani, non può che constatare quanto avviene ogni giorno lassù dove si ode il fragore di sorde esplosioni, polvere e acqua raccontando storie quotidiane, ogni giorno di nuove e, proprio una lirica incontrata nel libro nel suo finale recita: “…ed è là che avviene la contesa: / la macchia rossa sul marmo / è sangue del popolo apuano”, ecco apparire il vanto, l’orgoglio di appartenere a un Popolo di gente forte e schietta come quella rappresentata nel film di Fabio Wuytack dal titolo: “Made in Italy”. La ruota del tempo si accompagna alle ruote delle macchine operatrici nel loro diuturno e frenetico valzer, ma si sposa pure con un’altra ruota che poi è lo stemma, forse è meglio definirlo simbolo, di Carrara. Ancora, in due distinte pagine, incontriamo l’amalgama intellettuale della fotografia e della poesia circa la rappresentazione della ruota fatta dai nostri due artisti rappresentandola inserita in una balaustra/parapetto di un sentiero e Paolo ne offre una suggestiva visione invernale del sito assopito dall’algido clima, ma lo fa anche rappresentando la stessa con un’ombra ripresa in maniera da formare una, chiaramente effimera, composizione architettonica capace di indicare, con le sue triangolazioni, la via per il raggiungimento di quella “Fortitudo mea in rota” di cui al precitato simbolo. Roberto Maggiani, in queste due pagine, riserva alla ruota una diversa visione creando un’ulteriore personale immagine della ruota fotografata dal fratello recitando: “… La mia forza è nella ruota – / e il Cielo, che da sempre conosce e segue / le fatiche degli uomini apuani / ha saputo elargire grazie / pur tra inenarrabili imprecazioni.” Ancora una volta la lirica ci porta al particolare rapporto tra la montagna e la sua Gente, quella che magari passa indifferente, come le foto del nostro fotografo raccontano, sotto possenti figure marmoree di grande emozionalità come la Venere fotografata nel suo candore da Paolo Maggiani accompagnata dalla lirica a lei dedicata, una sorta di canzone riflessione sulla bellezza di “…Una Venere candida / che pare più stanca / che sensuale.” nell’atto di denudarsi.

Denudarsi, proprio come fa ogni giorno la montagna fotografata, con tecnica e devozione al soggetto da Paolo Maggiani, quindi alle belle immagini di grande icasticità si legge, accanto, una poesia ispirata da “Quel gioiello” incastonato con violenza proprio alle sommità che recita: “…e a deportare i preziosi Bianchi / dalla città invisibile.”. Giunge alla mente l’eco di una vecchia canzone cantata da Milly in cui parlava di un effetto prodotto da questa “Deportazione”: il Duomo di Milano che il paroliere definiva “… Una cava di marmo / vestita da sposa.”.

Raggiungono mete molto interiori le immagini fotografiche e quelle dell’anima contenute in questo libro, nato dall'incontro tra poesia e fotografia, fatto di fotodocumentazione e di poesia realistica fatta anche di riflessione pragmatica, ma senza mai abbandonare i crismi più veri della poesia.

Le immagini scorrono sul bianco delle pagine e raccontano, lo fanno a quanti sanno ancora soffermarsi a guardare perché ne hanno reale bisogno, a coloro la cui vita è di marmo, a quanti nel loro guardare sanno vedere, scoprire le carie di una montagna che cambia ogni giorno, sono quelle immagini prodotte senza vincoli e scevre da condizionamenti a parlare, usando un linguaggio semplice come l’artista sa fare perché il mondo ne possa godere e capire, impiegando un lessico semplice per un accorato racconto.